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Riflessioni di un Middle Sunday (non) qualunque

Fili d’erba color nostalgia, orizzonti assoluti e mutevoli come il cielo di Londra. Appunti londinesi della domenica silenziosa. 


Vogliamo bene a quest’uomo. Nella vita magari ci tocca essere duri, nascondere sotto una maschera emozioni e debolezze, poi guardiamo lui e tendiamo a scioglierci. Soffriamo, questo sì, ma la sofferenza ci eleva, perciò l’accettiamo di buon grado. Non sappiamo se ci sarà il premio, né quale sarà, d’altro canto partecipare a Federer è un percorso ideale per definizione, perché contempla aspirare alla perfezione e alla fine inevitabilmente fallire. Sì, perché è ovvio che nessun traguardo ci basterà mai e che dall’alto si cade con grandi ferite, però questo succede solo a chi prova a volare. 

Ma adesso che lo spazio per il sublime è sempre più angusto, il sublime è sempre più sublime. Vedere Roger che stecca spesso e male, guardarlo combattere contro i riflessi impolverati che lo penalizzano in risposta, sentire nella nostra stessa testa la sua concentrazione che ogni tanto – troppo spesso – vola via, ecco questo non fa altro che aumentare il valore delle perle. Non lo capiscono quelli che pontificano di ritiro, di questioni di orgoglio e dignità, quelli che lo schifano perché perde con Andujar o si fa detronizzare ad Halle dal fragilissimo Auger Aliassime e via dicendo: ignorano che ogni suo passo e ogni suo gesto sono un prezioso tributo d’amore al tennis e allo sport in generale, specialmente adesso che la fatica gli costa dieci volte tanto, che il rischio di brutte figure è dietro l’angolo, che non ha più nulla da chiedere né da dimostrare, eppure è ancora lì. 

È così, con questo spirito che stiamo rispettosamente affrontando Wimbledon; una parte di noi, vera, infantile e romantica spera nel riscatto di quel 22874015, e che sia un trofeo alzato al cielo a chiudere il cerchio, dall’altro lato il cinico realismo ci blatera che è impossibile – anche perché Djokovic è già in finale con le ciabatte ai piedi, la pipa in bocca e il serbatoio pieno, pronto a violentare i sogni di chiunque, a maggior ragione se per miracolo l’avversario fosse Roger – poi c’è la terza via, quella che arriva dopo, con la saggezza che vorremmo avere, e questa voce ci dice che la risposta non sarà mai in una singola vittoria, perché stiamo parlando di cose divine perciò è tutto in sospeso, nella gioia e nel dolore; se c’è una risposta, la troviamo in tutto quanto detto sopra, in pratica nella sua sola meravigliosa presenza. 

Bene, ci stiamo provando. La sfida drammatica con Mannarino – non del tutto vinta ma di sicuro non persa – ha visto svarioni clamorosi e servizi sballati, frangenti sinceramente sconclusionati, alternati a lampi preziosi ma troppo isolati. L’impressione è che non fosse il fisico, quanto la testa a non reggere a lungo la concentrazione feroce richiesta dal contesto, il che in fondo è confortante perché è plausibile che questa attitudine si rinforzi per via, con l’aumento delle ore in campo. Così come ci ha confermato la gara con Gasquet, più solida e meno sballottata, al netto delle condizioni dell’avversario – uno fra i più belli e bravi di quelli che poi alla fine perdono, e per di più crepuscolarissimo. 

Poi c’è stato Norrie, una bella cartina tornasole, se non una svolta. Cameron Norrie è uno dei giocatori più in forma del circuito, a proprio agio su ogni superficie, recente finalista al Queen’s, mancino, tosto e convinto. Se le prime due partite sono state un po’ oniriche, mi hanno ricordato – invertite – quelle con Istomin e Cilic al Roland Garros, quello con Norrie è stato un test concreto. È mancato il killer instinct per chiudere nel terzo set, ci sono stati i soliti passaggi a vuoto ma tutto sommato non possiamo lamentarci. In questa domenica di pausa – l’ultima perché dall’anno prossimo s’interromperà la tradizione del Middle Sunday – ci godiamo in silenzio l’ennesimo ingresso nella seconda settimana, quella in cui sale l’adrenalina e il sacro diventa ancora più sacro.

Adesso vogliamo procedere un passo alla volta, emozionandoci per ogni dettaglio, dall’ingresso in campo alle interviste finali dove riaffiora quel sorriso timido e un po’ furbo, specchio della semplice gioia di esserci, il tutto passando ovviamente per una serie – speriamo più lunga possibile – di momenti Federer.

Anche questa volta ci racconteremo scaramanticamente di non avere aspettative, ce lo ripeteremo come un mantra durante la sfida con il buon Sonego, ma abbiamo l’impressione un po’ esaltante e un po’ dolorosa di cominciare nostro malgrado a crederci: sofferenza dunque assicurata, come sempre!

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