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Casa dolce casa

Era il 23 giugno, l’estate appena iniziata prometteva molto bene, il sole sopra la testa, l’erba di Halle sotto le suole, il trofeo fra le mani e soprattutto grandi progetti per Wimbledon, ottime sensazioni e un filo d’impazienza, con le farfalle nello stomaco che non smettono di svolazzare. Il resto è storia – brutta, ma pur sempre storia -, un calice amaro che va bevuto fino in fondo anche se sospettiamo che il fondo non ci sia. 14 luglio 2019, 8-7, 40/15, lo ripeto ancora una volta nella speranza che prima o poi smetta di far male.

Quel disastro sportivo meritava un riscatto, ma i tempi non erano pronti, le certezze minate, l’orgoglio ferito, i nervi tesi, la schiena bizzosa. L’estate non poteva finire senza un piccolo sorriso, perciò ha deciso di trattenersi dalle nostre parti ben oltre il consentito. Adesso il circuito si è spostato già da un po’ sul cemento indoor ma ieri, 28 ottobre, fuori c’era un sole ben poco autunnale e dopo 126 giorni lunghissimi e intensi, Roger è tornato ad alzare un trofeo – escludendo la Laver Cup, che è un capitolo a parte.

Ci voleva l’aria di casa e ci voleva un gioco di simmetrie unico per chiudere quest’estate – sublime come può esserlo un sacrificio – tra due parentesi in grado di rendere tutto più dolce, persino il calice amaro senza fondo di cui sopra. Dopo la decima volta ad Halle, torneo giovane e amatissimo, cresciuto insieme a Roger, ecco la decima vittoria a Basilea, dove Federer è nato l’otto agosto del 1981. Dio solo sa quanto fosse importante interrompere il digiuno e Roger l’ha fatto a modo suo, con un tennis immaginifico, di quelli che ti lasciano a bocca aperta e ti trasformano le parole in strani versi gutturali di wallaciana memoria.

È anche questo il suo modo per scacciare i fantasmi: alzare il livello, la velocità, il ritmo, la variazione e la creatività a tal punto che la partita di fatto non si giochi nemmeno, si trasformi in uno spettacolo artistico in cui il risultato non è mai davvero in dubbio, né sembra l’aspetto più importante.

La settimana è stata tutta così: un volo o se preferiamo un’immersione in cui gli avversari sono sembrati dei semplici sparring partner – persino Tsitsipas in semifinale, che pure quest’anno è stato in grado di competere su ogni superficie e di battere tutti i big three – o delle vittime sacrificali, impotenti di fronte ai passanti fulminanti da cineteca, alle discese a rete repentine e letali come la picchiata di un falco e al servizio quasi ingiocabile (l’ha ceduto una volta, al primo turno contro Gojowczyk, ma nel set vinto 6-1). È mancato lo scontro nei quarti con Wawrinka, il che ha reso senza dubbio più facile il cammino del Re, ma la fortuna è un fattore inevitabile, a volte dà e a volte prende, quando gira per il verso giusto è meglio non farsi troppe domande.   

Adesso, rinfrancati da questo bel viaggio, siamo pronti – noi appassionati e soprattutto lui – a soffrire di nuovo all’inseguimento dei prossimi risultati.

Dopo la rinuncia al Masters 1000 di Bercy – l’anno scorso ci ricordiamo una semifinale stellare contro Djokovic, una sconfitta mitigata dal livello incredibile della sfida – restano solo le Finals, che sfuggono da troppo e che darebbero il giusto lustro a questa strana stagione senza slam e con solo quattro titoli, ma caratterizzata da un gioco e da una tenuta fisica ben superiori al 2018, che pure aveva portato in dote l’Australian Open.

Adesso stringiamo nel pugno questa perla di Basilea e godiamoci l’ultimo chilometro senza troppe angosce o aspettative, poi ci sarà tempo per osservarla meglio in off-season, quando si costruirà in silenzio, sotto la superficie dell’acqua, il 2020. Per alcuni sarà l’ultimo anno, noi ovviamente speriamo di no, ma abbiamo comunque grandi sogni. Molti dicono che da un trentottenne non possiamo pretendere l’America, e hanno perfettamente ragione, per questo ci limiteremo a pretendere l’Australia, per cominciare…

P.S. Come ampiamente anticipato, niente riuscirà a compensare Wimbledon 2019, ma quando ho visto i due Championship points arrivare sul 15/40, benché in risposta e soprattutto in grande tranquillità, non ho potuto fare a meno di pensare ai corsi e ricorsi storici e alla sana voglia di dare un calcio al destino! Anzi, se vogliamo essere più precisi, io mi sono limitato a sentirmi un po’ morire e a rivedere in fast forward l’estate trascorsa, per tutto il resto – inclusi i calci al destino – c’è Roger.

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