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Questione di Fede(rer): il 14 luglio non ci è bastato e siamo pronti a soffrire di nuovo

Siamo ancora qui. Feriti, storditi, straniti, ma senza dubbio vivi (soffro, dunque sono). Dopo qualche notte di tormento, abbiamo ripreso un’esistenza quasi normale, benché visitata da frequenti flashback carichi di rimpianti che con il tempo abbiamo imparato a considerare come nuovi compagni di viaggio. Purtroppo questa volta non ci è capitata la vicina di treno con gli occhi verdi, l’aura misteriosa e il nostro libro preferito in mano, no quest’estate ci è toccato un tipo che dal primo sguardo sa di vampiro in incognito, con l’incarnato pallido e gli occhi giallastri, i capelli scuri impomatati e sopra la cravatta nera e la camicia antracite un completo luttuoso di taglia abbondante con la griffe dell’azienda per cui lavora: 8-7, 40/15, onoranze funebri.

Ti dicono che è solo un gioco, che non te la devi prendere. Sì ma non sanno che lo sport, per chi lo ama, è un universo parallelo che scorre molto vicino alla vita e che ha leggi tutte sue, per cui vale paragonare la finale di Wimbledon del 14/07/19 a una Caporetto rogeriana, una specie di 11 settembre tennistico, al giorno in cui quella ragazza ti ha lasciato e via dicendo, insomma un trauma in piena regola.

I primi giorni sono trascorsi in una pazza oscillazione tra il desiderio di dimenticare, di cancellare quella data dal calendario, di tracciare una riga persino sui ricordi felici che fanno solo più male, e l’opposto istinto masochistico che ci spinge a ruminare senza sosta il fattaccio, a leggere ogni articolo che ci capita a tiro con relativi commenti e a vedere dietro ogni angolo i numeri 8-7, 40/15.  

Federer dopo la finale di Wimbledon è rientrato a Cincinnati

Ho iniziato un lungo percorso in cerca di significati, al termine del quale mi aspetto di accettare e quasi benedire questa fragilità emotiva del campione, adorabile e odiosa alla stesso tempo. Mi forzo a convincermi che la vittoria chiude un discorso e poi viene messa lì, superata da una nuova fame inestinguibile, una cupidigia che ci porterà ineluttabilmente a precipitare come Icaro, mentre la sconfitta rimane sospesa nel tempo in eterno, come una domanda senza risposta che rinnova ogni volta la propria energia, spronandoci verso un mondo migliore. Una parte di noi sarà sempre lì – 8-7, 40/15 – e questo in un certo senso ci manterrà giovani, ci manterrà vigili, ci manterrà maledetti e romantici. Mah, forse sto vaneggiando sta di fatto che non basterebbe un libro intero per mettere a fuoco il senso di quel giorno in tutte le sue sfumature e implicazioni.

Poi c’è un discorso più semplice, legato al riscatto. Ci sono sconfitte che contengono la successiva vittoria. Mi vengono in mente i San Antonio Spurs che dopo aver perso, grazie a un incredibile bomba dall’angolo di Ray Allen allo scadere di tutto, un titolo NBA che avevano in pugno, hanno costruito una stagione 2013-2014 clamorosa culminata nella più perfetta delle vendette sportive ai danni di Lebron James e compagni. Insomma da una sconfitta cocente, rocambolesca e in un certo senso immeritata, può nascere una missione.

Anche rovistando nella soffitta di Roger Federer si trovano grandi trionfi figli delle più sanguinose batoste. Lo Us open conquistato dopo il drammatico duello perso contro Rafa Nadal a Wimbledon nel 2008, l’unico scettro parigino afferrato contro Soderling dopo la drammatica ferita di Melbourne 2009, sempre ad opera di Nadal, per giungere alla delusione newyorkese con Del Potro (sempre nell’anno di grazia 2009, due finali slam vinte e due perse, non così male, dopotutto), a cui ha fatto seguito il trionfo australiano del 2010. Anche la sospirata vittoria slam del 2017 se vogliamo nasce dal fango: in quel caso non da una singola sconfitta, bensì da un itinerario di delusioni maturate nel giardino di casa per mano del Nole tritatutto (finali 2014 e 2015) e persino di Raonic (semifinale 2016), il tutto coronato da un infortunio al ginocchio che suonava come l’Ouverture di un Requiem.

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Questo l’outfit che Roger sfoggerà agli US Open 2019

Vederlo a Cincinnati ha messo un po’ alla prova questa grande fiducia nel riscatto (c’è da dire, per chi crede nei corsi e ricorsi, che anche nel 2008 era uscito al secondo turno…). Contro Londero è andato piuttosto bene al servizio, meno bene in risposta, ma era scuro in volto, e durante i cambi campo aveva quell’aria da elfo stralunato che non promette nulla di buono – alla fine l’impressione è stata quella di una vittoria salutata più con sollievo che con gioia. La presenza di quell’8-7, 40/15 era chiara, netta e tangibile. Nel secondo turno era lecito aspettarsi una crescita, invece, complici una pessima giornata al servizio e un Rublev ispirato e quasi perfetto, è nata un’altra battuta d’arresto malinconica, avvolta nella nebbia ingannatrice e fuori stagione del 14-07-19.

Abbiamo atteso questi Us Open come un farmaco salvavita, ma adesso che è il momento buono temiamo quasi che sia presto, che la ferita sia troppo profonda e ancora aperta. A detta di tutti il percorso è agevole. Si parte con il qualificato indiano Sumit Nagal, fresco ventiduenne e numero 190 della classifica Atp, che quest’anno ha frequentato soprattutto tornei challenger ma che è dotato senza dubbio di un nome sinistramente evocativo. Poi sono verosimilmente previsti nell’ordine Dzumhur, Pouille, Goffin (ottavi di finale), Nishikori (quarti), Djokovic e infine Nadal. Insomma ci sarebbe il tempo di scaldare il motore, di adattarsi e di salire di giri al momento opportuno, sperando nel caso in qualche improbabile inciampo altrui (ma abbiamo capito che nei tre su cinque il margine di errore dei due antieroi è davvero limitato, se non inesistente – ben lieto di essere sorpreso e smentito), però mai come oggi la sensazione è che il più fiero avversario non sia dall’altra parte della rete, ma nell’anima e nella testa.

Per rendere concreta l’opportunità concessa dal tabellone occorre ritrovare la forma, la leggerezza e soprattutto la convinzione mostrate a Wimbledon fino al quel fatidico 8-7, 40/15. La caduta da cavallo ci ha lasciati terrorizzati, ma sappiamo che Roger è capace di prenderci per mano e sorprenderci, così come si mostra fragile all’improvviso quando meno te l’aspetti, sa rialzarsi quando tutti lo credono spacciato.

Ecco diciamo che un 14-07-19 ti può stroncare la carriera, ma se qualcuno può risorgere da un evento del genere, quel qualcuno si chiama Roger Federer. E se invece andasse tutto male? E se questo fosse l’inizio della fine? Be’, già al tramonto di quel pomeriggio infinito del 14 luglio mi ero aggrappato a un verso di Faber: io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

P.s. Io, nel dubbio, gioco sempre il mio euro su Roger Federer vincente…

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