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Il prezzo del paradiso, ovvero gli effetti psicofisici di un evento epocale vissuto empaticamente sulla nostra pelle

La luna non si vede nel cielo, tu hai gli occhi stanchi ma ti sforzi di dare un senso alle lucine rosse e bianche delle altre macchine. La settimana è finita e stai raggiungendo la tua famiglia in vacanza. Cerchi di ricomporre il mosaico di ciò che hai appena visto, provi a dare un nome alle emozioni, ma non ci riesci, come di fronte a certi tramonti spettacolari che accidentalmente includono nel paesaggio anche te, ospite inadeguato.

Torno con la mente a qualche ora prima. La paura e la voglia, l’attesa della grande occasione. Da una parte avrei voluto fermare il tempo, congelare questi attimi in eterno senza bruciarli con l’esperienza, dall’altra contavo i minuti che mi separavano dell’ora presunta del match. Ci troviamo a casa mia con l’amico che per convenzione chiamerò Carlo, sono le 15:30 e la semifinale fra Nole e Bautista promette di durare a lungo. Assistiamo impotenti alla vittoria di Djokovic che inscena i soliti siparietti polemici con il pubblico, colpevole di non amarlo abbastanza.

Ma quanto manca? Adesso non voglio più fermare il tempo, anzi mi è partito il countdown interiore e a breve, volente o nolente, sarò in viaggio per la luna come il vecchio Neil cinquant’anni fa. Novak vince, era scritto negli astri, ma adesso lasciamo che si occupino di cose serie. Infatti le stelle si spostano delicatamente per raffigurare le sagome di Roger e Rafa. Eccoli in campo. Io ho un groppo in gola e no, non è colpa delle patatine che sto ingurgitando compulsivamente.

La partita comincia con un ace di Federer, voglio vederci un segno del destino. La concentrazione è massima – gli occhi di Roger quasi non si vedono, sottili e nascosti dall’ombra dell’arcata sopraccigliare ma il piglio è quello di chi si trova altrove, in una dimensione a noi sconosciuta. Nel primo set sono entrambi attenti ed efficaci al servizio, c’è un’unica palla break per lo svizzero nell’ottavo game, ma non viene sfruttata e il tiebreak è una naturale conseguenza. Momento cruciale, inutile dirlo: in caso di sconfitta, il più emotivo dei due potrebbe subire un bel contraccolpo. Roger va sotto di un minibreak, recupera subito, poi riperde il servizio e si rifà di nuovo: tre pari al cambio campo. A quel punto sale di giri e non fa prigionieri, con quattro punti di fila chiude il parziale.

Lo sforzo prodotto è stato sovrumano. Noi stessi siamo lì mezzi affondati nel divano, stravolti. Chi invece non pare minimamente scalfito è Rafa, che dopo l’uno pari vince cinque giochi consecutivi schiacciando un Roger molle e irriconoscibile al servizio. Tutto da rifare. 

Stavolta il re serve per primo, vince a zero e recupera certezze prima di centrare il sospirato break nel quarto gioco. Nel quinto game la reazione di Rafa è prepotente, ma Roger salva tre palle per il controbreak, si porta avanti 4-1 e chiude 6-3 senza grossi problemi.

Stanno giocando troppo bene. Federer varia molto il gioco e, contro ogni logica, vince gli scambi lunghi che di solito avvantaggiano Nadal. Rafa dal canto suo non ne molla una, si difende come un leone, spara sciabolate di dritto e trova angoli insidiosi con il rovescio, ribaltando in molti casi l’inerzia dello scambio. Ne consegue un livello di tennis surreale. 

Nel quarto set serve prima Nadal, ma il break nel terzo game concede a Roger il comando delle operazioni e la chiave del match. Ma non c’è vittoria senza lotta. Sul 5-3 servizio Nadal, Roger riesce ad autoannullarsi un punto fermando il gioco e chiamando il falco dopo aver risposto perfettamente e provocato l’errore di Nadal, ciononostante si procura due match point ma non riesce a concretizzarli.

Ora serve per il match, ma è Nadal, con la forza della disperazione, a procurarsi la palla break che varrebbe il cinque pari. I fantasmi bussano alla porta. Ma no, non oggi, oggi è il giorno del riscatto: Roger si salva e poi, al quinto match point, chiude la partita. Lacrime di gioia. Il cerchio ha trovato il suo compimento. Il destino ha offerto una seconda possibilità e l’eroe non se l’è fatta sfuggire. Le immagini indelebili di undici anni fa, il volto triste di Roger nel suo outfit discutibile ma portato con stile, il buio della premiazione, l’invasione del guerriero spagnolo che feriva a morte  il re, già allora definito da alcuni troppo vecchio, debole e finito, ecco, a quel filmino si sovrappone questo di oggi e ne completa il senso. Non è più questione di buoni e cattivi, di lotta tra opposti, perché adesso è quantomai chiaro che il disegno include e richiede quegli opposti che si toccano.

Dopo aver esultato con il consueto aplomb che ci contraddistingue, ci calmiamo e ci rendiamo conto che questo ricordo ce lo porteremo dietro a lungo. Sarà qualcosa da dipanare con calma nel tempo, da osservare come un quadro che rivelerà ogni volta nuovi dettagli. Insomma un’altra perla stile Australian Open 2017. 
Rivedo tutto questo mentre guido nella notte e mi domando se sarà possibile recuperare le energie mentali entro domenica. Sì, perché il Diavolo questa volta disponeva di pentole, coperchi e stoviglie di porcellana, per cui ha apparecchiato la tavola alla perfezione. Domenica fragole, panna e Djokovic. Un’altra nemesi da affrontare, ma quante ce ne sono?! Va bene, facciamo anche questa, poi propongo una pausa, dieta, accertamenti cardiologici e via dicendo. 

Un commento su “Il prezzo del paradiso, ovvero gli effetti psicofisici di un evento epocale vissuto empaticamente sulla nostra pelle

  1. Ormai dopo l’evento arriva..il commento come la cena dopo il teatro che completa piacevolmente la serata!

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