Varie tennis Wimbledon

Quella volta a Wimbledon, nel 2014

di Davide A. Milani – Tennisollywood * 

E’ un lunedì mattina di primavera. Treno delle 7.18. Inizia un’altra settimana lavorativa. Solite cose, controlli la posta, guardi i titoli delle notizie. Sembra un lunedì come tanti.

sms: “Dave, che ne dici di venire con me a Wimbledon il 25 giugno?”.

Penso ad uno scherzo di un caro amico che conosce la mia passione per il tennis e per quel torneo. E invece è vero. Ha vinto 2 biglietti al ballot per mercoledì 25 giugno. Mi sta invitando a Wimbledon.
In passato sono stato al Masters 1000 di Cincinnati, a vedere il divino Federer. Ma qui si sta parlando dei Championships, della quintessenza del tennis. Del torneo che ha consacrato Borg, McEnroe, Sampras nell’era moderna di questo sport e decine di altri campioni del passato tra cui il leggendario William Renshaw. Stento a crederci. Riorganizzo le idee, pianifico la trasferta e mi preparo psicologicamente all’evento.

Mercoledì 25 giugno 2014 – Wimbledon

Il mio amico d’infanzia – quello che peraltro mi ha fatto conoscere e apprezzare il tennis – e io prendiamo la green line e ci dirigiamo verso Southfields. Tengo fra le mani il biglietto, continuo a fissarlo, come per accertarmi che non mi scompaia tra le mani. Crescono l’ansia e l’emozione di arrivare in quel posto magico, continuo a chiedermi come sarà. Sono impaziente. Ma tutto quello che m’immagino è solo un’approssimazione della commozione e dello stupore che provo quando arrivo ai cancelli. Entri a Wimbledon e sei in un altro mondo, con delle regole chiare e precise. Già a partire dalla pronuncia del nome, che vuole l’inversione delle lettere “l” e “e”: Wimbeldon.

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Presto ti accorgi che qui tutto è diverso. Tutto funziona alla perfezione, ritmato da un’organizzazione corale che esprime valori e tradizione in ogni espressione del luogo e delle persone che ci lavorano: campi curati come giardini, addetti alla sicurezza sorridenti, ma allo stesso tempo fermi e gentili nel riprendere chi per sbaglio (tipo me e il mio amico…) si ferma inebetito al centro del viale davanti alla Henman Hill per guardare il maxischermo del Court #1, intralciando il passaggio.

Wimbledon ti avvolge dei colori verdi e viola, i colori ufficiali del marchio che si stendono su tutto con sorprendente uniformità e che relegano in secondo piano i pochi selezionatissimi sponspor ammessi (Slazenger, Robinsons, HSBC, Evian, Lanson, Hertz, Stella Artois, Lavazza, Ralph Lauren). Wimbledon ti sorprende per la pulizia e l’ordine del luogo, per l’educazione della moltitudine di persone che vi partecipa. Per la rappresentazione perfetta dell’evento che mette in scena, di cui ti senti parte non come spettatore, ma come attore. Wimbledon senza il tennis non esisterebbe, così come non esisterebbe senza le persone che animano i Grounds ogni giorno di quelle due fantastiche settimane del main draw, il tabellone principale che viene compilato manualmente da un addetto che meticolosamente va a posizionare le targhette in corrispondenza dei turni da giocare, fino all’ultimo giorno quando a destra del tabellone rimarrà solo il nome del campione, quello stesso nome che verrà inciso sull’albo dei vincitori. Così è, dal 1877, quando a vincere fu Spencer Gore.

Non ho ancora messo piede nello stadio del Court #2 dove abbiamo i nostri posti per assistere a tutti i match della giornata e già sono pervaso dalla Wimbledon Experience.

Ready, Play!

Sono in seconda fila, a 2 metri dal campo. 20 gradi, brezza, cielo sereno. La prima cosa che guardi è quell’erbetta verde, alta 8 mm, che potresti guardare per ore senza stancarti.
La seconda cosa è la squadra del giudice di sedia, composta dai giudici di linea e dai raccattapalle. Tutti perfettamente vestiti con impeccabile stile british. Un’orchestra di gesti, di movimenti coordinati intorno ai due tennisti vestiti di bianco, protagonisti della rappresentazione che guardi come terza cosa.

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Il Court #2 all’imbrunire

Dopo il riscaldamento, le raccomandazioni del giudice ai giocatori e il sorteggio per determinare il turno di servizio, cala improvvisamente il silenzio nello stadio. Il giudice con voce ferma ordina Ready, Play. Senti distintamente la palla che viene fatta rimbalzare dal giocatore al servizio su quel manto erboso… tap-tap-tap-tap. Pausa. Palla lanciata verso il cielo azzurro, il giocatore carica dietro la spalla la racchetta, striscia il piede più lontano dalla linea di fondo sul terreno per avvicinarlo al piede d’appoggio. Sembra fermarsi tutto, per una frazione di secondo. Poi, quando la palla si arresta per un attimo prima di scendere di nuovo, il giocatore esplode nel gesto tecnico forse più bello e più difficile del tennis: il servizio. La palla viaggia oltre i 180 km orari… E chi la vede??

Dalle 10 del mattino alle 9.30 di sera, quando il gioco viene interrotto per oscurità, mi ubriaco di tennis e di gesti rituali e precisi che governano questo magnifico sport dove una cosa è sempre chiara: vince chi in quel momento è più forte. Non ci sono simulazioni, non ci sono contestazioni (a meno che non ti chiami McEnroe e puoi permetterti di fare qualche sceneggiata), non ci sono dubbi. Non hai compagni di squadra né allenatori a cui dare la colpa. Giochi da solo contro chi ti sta di fronte e contro i démoni che ti affollano la testa. Non importa che sia il numero uno o il numero 100 al mondo quello che ti sta di fronte, dall’altra parte della rete. In quel momento chiunque stia giocando non ha nessuna intenzione di farti passare. Vuole vincere. Perché Wimbledon e il tennis danno a tutti le stesse possibilità e le regole sono chiare e uguali per tutti. Vinci e sarai acclamato. Perdi lottando e verrai rispettato.

Epilogo dell’edizione 2014

La giornata del 25 giugno termina sul Court #2 oltre le 21.30. Il gioco viene sospeso per oscurità, un’altra delle peculiarità di Wimbledon. Si gioca fino a quando c’è luce naturale.

Quello che succede nel resto del torneo è già nella storia. Come quel quarto set della finale del 6 luglio, quando Federer rimonterà contro Djokovic da 1-2; 2-5 nel quarto fino a 7-5, portando la partita al quinto. Sono convinto che, come nell’altrettanto epica finale dell’Ottanta fra Borg e McEnroe, anche per la finale del 2014 tutti si ricorderanno più della rimonta pazzesca di Federer nel quarto set che del risultato finale. Perché Wimbledon e il tennis sono così. Un’altalena fra trionfi e disastri, fra game e set vinti o persi. L’importante è giocare un punto alla volta, con la stessa intensità. Perché in ogni punto c’è l’essenza del gioco, come in ogni atomo c’è l’essenza dell’universo.

 

(Ringrazio Ea e Giorgio per avermi dato la possibilità di vivere questa esperienza. E ringrazio il tennis e i suoi maggiori interpreti, per avermi insegnato a inseguire i miei obiettivi, punto dopo punto.)

*Davide A. Milani, giocatore amatoriale e grande appassionato di tennis, è il fondatore di Tennisollywood, uno spazio digitale dedicato a pensieri e riflessioni sul tennis e sugli aspetti mentali, storici, e socio-culturali collegati a questo gioco. www.tennisollywood.com 


Articolo originale pubblicato nel 2014 su www.tennisollywood.com con titolo La legge del tennis è uguale per tutti “.

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