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C’è ancora qualcuno convinto che Roger non abbia la grinta?

Da quasi 20 anni ormai, con un lento ed inesorabile processo, Roger Federer è diventato sempre di più l’icona del tennis. Nell’ultimo periodo però, diciamo nella sua carriera da “vecchietto” iniziata nel 2017, le sue esibizioni dal vivo si sono trasformate in veri e propri eventi di massa, quasi mistici. Un numero sempre maggiore di persone vogliono vedere giocare il Divino dal vivo, ancora un’ultima volta prima che smetta, tanto che la sua figura si sta sempre di più avvicinando a qualcosa di mitologico.

Fin dai suoi primi anni di carriera Federer è sempre stato apprezzato per la sua tecnica eccezionale, la sua eleganza, la facilità del suo gioco. Insomma il suo nome è stato sempre associato ad una parola molto semplice: il talento. Se ne parlava, e se ne parla tuttora, spesso come un giocatore baciato dalla dea bendata, il cui tennis molto naturale lasciava sempre un po’ in ombra altre componenti, pur molto forti in lui come la determinazione, la grinta, la voglia di vincere. Addirittura si sente ancora dire, da appassionati forse poco competenti, che non ha dovuto lavorare troppo per raggiungere i suoi risultati eccezionali. Ha beneficiato semplicemente di un talento smisurato, per alcuni.

Discorsi che spesso tornavano alla luce in seguito alle dolorosissime sconfitte contro i suoi due rivali storici, Nadal e Djokovic. Questi ultimi, da sempre, sono visti come i tennisti che, a differenza di Federer, hanno dovuto lavorare e faticare di più per raggiungere i loro risultati straordinari. Insomma, Federer è stato etichettato come il campione a cui riesce tutto sul campo da tennis, ma a cui manca la grinta e la forza mentale di Rafa e Nole.

Dal 2017 in poi, da quella indimenticabile rimonta di Melbourne, in cui è forse guarito definitivamente dalla “sindrome Nadal”, credo che abbia iniziato a mostrare al mondo il suo cuore, quella grinta da leone che, prima, a tanti era sfuggita. Dico a tanti, perché a me già si era rivelata in tante battaglie, seppur non sempre vittoriose. Per citarne alcune, già in età molto giovane, mi viene in mente la finale del Master 2005 contro Nalbandian, in cui nonostante un infortunio alla caviglia, lottò per rimontare due set al giocatore argentino, perdendo poi in un epico tiebreak finale.

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Oppure le sfide con Djokovic dal 2011 in poi: quella straordinaria partita a Roland Garros 2011 quando manifestò la sua straordinaria abnegazione, riuscendo a battere un giocatore che al momento sembrava davvero invincibile. Anche nella finale di Wimbledon 2014, persa di un unghia al quinto set, Federer sfoderò una rimonta al quarto set irripetibile, costruita tutta intorno ad una determinazione unica, puro e semplice rifiuto della sconfitta. Altri esempi le due sfide di US Open 2010 e 2011 sempre con il serbo, in cui Federer mise in campo tutto se stesso. Poco importa il risultato, quando perdi avendo avuto match point, il fato gioca un ruolo determinante. Infine, la drammatica finale di Melbourne 2009, contro la sua bestia nera Nadal: Federer arrivò a quella finale giocando forse il suo miglior tennis di sempre ma, nella sua testa, probabilmente i fantasmi della sconfitta di Wimbledon 2008 furono ancora decisivi nel match. Le lacrime di Roger durante la premiazione rimarranno un ricordo indelebile negli occhi di tutti i suoi tifosi. Fu il pianto di chi proprio non riuscì ad accettare quella sconfitta. 

Ieri a Roma si é avuta l’ennesima dimostrazione di quanto la grinta e la “testa” di Federer siano una parte importante del suo essere: a quasi 38 anni, su una superficie su cui mancava da tre anni, contro uno degli avversari peggiori per tipologia di gioco e che ha sfoderato un match di livello altissimo, annulla due match point e fa letteralmente venire giù il Pietrangeli con l’ultimo passante di dritto in corsa. 

Gli aggettivi ormai non bastano più, si sono davvero usati tutti. Speriamo che a questo punto, anche i suoi più acerrimi detrattori, si dovranno arrendere all’evidenza: il Re oltre all’infinito talento ha cuore, testa e determinazione: senza non sarebbe ancora lì a lottare su ogni palla contro giocatori di 15 anni più giovani di lui. 

Chapeau, Roger.

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