Approfondimenti Masters 1000

Ricordi madrileni e fantasie romane

Cosa aspettarci da questa settimana di dolce vita romana? Affascinante viaggio tra il recente passato spagnolo ed aspettative sull’immediato futuro in terra nostrana.


Adesso che è passato qualche giorno, possiamo dirlo: per una volta la sconfitta di Roger non è stata salutata dal solito isterico levarsi di cori al grido di questa è la fine, ritirati, vai in pensione che è meglio e facezie del genere. Forse perché il ritorno sulla terra era atteso con il giusto equilibrio, o perché nelle tre partite giocate si è visto un bel percorso di crescita. In ogni caso la settimana spagnola ha lasciato la sensazione che il gioco di Federer, oltre che bello, sia ancora competitivo sulla terra rossa.

Ha giocato con coraggio, tirando fuori dalla spazzatura il match con Monfils e arrivando a un soffio dalla vittoria con Thiem. Quando un giocatore, di fronte alle difficoltà, alza l’asticella anziché farsi prendere dal panico, è sempre un buon segno.

Un altro fattore positivo è l’entusiasmo con cui il Maestro ha annunciato la propria presenza a Roma: pura e semplice voglia di giocare, senza farsi sfiorare dalle esternazioni di Binaghi – d’altro canto il trenino svizzero viaggia su binari diversi, fra cielo e montagne, e non si cura di ciò che avviene sotto.

La tenuta fisica è stata buona; nel terzo set con Monfils era evidente l’affanno del francese, che dopo gli scambi lunghi usava il ferro del mestiere come stampella, mentre nulla traspariva da parte di Roger. Con Thiem l’ultimo break è stato, sì, figlio dello sforzo profuso nel game precedente per recuperare lo svantaggio, ma per motivi più mentali che fisici. Quell’attimo di appannamento è costato la partita, complice la solida regolarità dell’austriaco, che ha giocato senza sbavature, ma c’è da dire che Federer non è mai stato una macchina e che qualche game svagato fa parte del suo dna.

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Federer e Seppi dopo l’allenamento mattutino al Foro Italico

Ma qual è la strada per il trono di Roma? Come può portare a casa un trofeo che non è mai riuscito a vincere, perdendo quattro finali di cui una molto dolorosa, con due match point a favore contro Nadal (2006)?

Ai sedicesimi è in arrivo Sousa, trentenne numero 72 che ha vinto il suo terzo e ultimo titolo ATP l’anno scorso sulla terra di Estoril battendo in finale proprio Frances Tiafoe, lo stesso che ha superato al primo turno romano dopo una maratona di tre ore abbondanti. L’unico precedente è sull’erba di Halle nel 2014, quando Roger perse il primo set per poi vincere in rimonta.

Per il turno seguente dovrebbe spuntarla Coric, uno che l’anno scorso ha messo in serie difficoltà il Re sul veloce – Roger se l’è cavata con il cuore a Indian Wells, ma ha subito due sonore sconfitte ad Halle (finale) e a Shanghai (semifinale). Adesso il croato non attraversa un grandissimo momento e l’ultimo precedente, a Dubai, ha visto una schiacciante superiorità dello svizzero.

In caso di approdo ai quarti, classifica alla mano, ci sarà Stefanos Tsitsipas, a meno di sorprese – che non possiamo escludere, data la stanchezza accumulata nelle ultime due splendide settimane, molto evidente nella finale madrilena. Con il greco, uno degli eredi designati, regicida a Melbourne e in possesso di un gioco elegante e aggressivo, si profila un bel duello in cui, a prescindere dal risultato, speriamo di vedere un tennis tutto d’attacco.

Il dritto di Federer in allenamento

Il premio, poi, sarà ciò che tutti noi vogliamo, temiamo e bramiamo: la semifinale con Rafa Nadal. A quel punto si apriranno i cofanetti dei ricordi e scorreranno fiumi d’inchiostro virtuale sulla faccenda. Si parlerà di Parigi, di Wimbledon, della dolcissima e indescrivibile Melbourne 2017, e a qualcuno tornerà in mente l’ultimo precedente, la finale di Shangai 2017, dove ho temuto che un raggio di luce lo catturasse e lo rapisse per sempre, tanto sfrontatamente divino è stato il suo livello – infatti alla fine sembrava pallido e quasi sconvolto, come se avesse viaggiato attraverso una dimensione sconosciuto persino a lui.

E domenica, dopo quest’epica battaglia, ci sarà il solito Djokovic, sornione, pronto a raccogliere il cadavere del superstite, dopo un percorso in crescita (un paio di set lasciati per strada fra sedicesimi e quarti, poi la semifinale sul velluto). L’anno scorso si sono incrociati due volte, entrambe favorevoli al serbo, la finale di Cincinnati è stata spiacevole, con un Roger spuntato nel servizio e nel dritto, mentre la semifinale di Parigi Bercy è stata una battaglia persa di poco ma giocata alla grande da entrambi. Questa volta Roger, accompagnato dal suo raggio luminoso, si ribellerà al destino dell’eroe tragico, spazzerà via fantasmi e complessi e batterà la sua nemesi secondaria, il terzo incomodo che ha creato tanti guai.

Ok, questo è il momento in cui di solito suona la sveglia. Probabilmente ci toccherà accontentarci di molto meno, ma dalla valigia di Roger Federer spuntano spesso effetti speciali imprevisti, perciò richiudiamo gli occhi esperiamo che si faccia finalmente questo matrimonio con la città eterna!

Sarebbe un regalo insperato e gradito.

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