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Cosa aspettarci da questa stagione su terra?

Corre il 2016, un anno crepuscolare in cui il sipario sembra destinato a calare su Roger Federer. Il 12 maggio, agli ottavi di finale del mille capitolino, il re, frenato dai problemi alla schiena, s’inchina a Dominic Thiem. Poco più tardi arriva l’annuncio: dopo 65 partecipazioni consecutive a tornei del grande slam, il campione di Basilea salterà il Roland Garros.

Sembra ormai tutto finito ed invece da quella pausa nasce un nuovo Roger, come l’araba fenice. Si è parlato tanto del biennio 17/18, due stagioni che incorniciano risultati clamorosi e momenti leggendari, in cui l’attenta gestione del fisico tiene il re lontano dal rosso. Il 2018 però, malgrado lo slam australiano e il ritorno alla vetta Atp, prende una piega malinconica che, complici l’insicurezza nata nella finale persa a Indian Wells da Del Potro, i problemi al polso e qualche sconfitta inquietante, spinge il re a cercare nuove soluzioni per il 2019. Prima annuncia che non ripeterà le pause delle ultime stagioni, poi rivela ciò che molti aspettavano e alcuni temevano: dopo tre anni lunghi, segnati dalla cruenta restaurazione del regime di Nadal, il re tornerà sulla terra.

Cosa aspettarsi dopo due stagioni in cui il rapporto tra Federer e questa superficie si è limitato a qualche allusione? Di sicuro sarà un giocatore diverso e porterà una boccata di aria fresca in questa zona del circuito. Sì, è un paradosso, visto che parliamo di un adorabile vecchietto, ma la verità è che, in attesa che i giovani trovino continuità e personalità, il suo gioco rimane non solo una fonte di ispirazione, ma anche quanto di più innovativo e creativo si possa vedere in giro.

Di fatto, a livello tecnico, il processo iniziato con Edberg e proseguito con Ljubicic, sbocciato tra Melbourne e Shangai 2017, non è mai stato visto a compimento sulla terra rossa. Inoltre Federer ci arriva con poca pressione e con la voglia di godersi l’esperienza, per cui ci sono le premesse perché giochi libero, senza l’ossessione di vincere ma pronto a cogliere le occasioni. L’ideale, da tifosi e appassionati, sarebbe tenere un approccio simile: curioso e grato, e pazienza per le palle break non trasformate.

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Ovviamente, a prescindere dall’incognita su Roger, bisogna valutare le condizioni degli avversari, pensando a Madrid, a Roma (partecipazione ancora in dubbio, legata al percorso nella capitale spagnola), ma soprattutto, inutile negarlo, al bersaglio grosso parigino. Nadal non è quello degli anni scorsi, ha incontrato difficoltà inaspettate e sconfitte nette, ma è pur sempre il sovrano del rosso e non lascerà il trono facilmente. Tra Madrid e Roma ha tempo per ritrovare condizione e convinzione.

Nole si è perso dopo gli Australian Open, ma è il numero uno, detiene tre slam e spiega il calo di forma con una programmazione incentrata sui major. Un candidato serio è Thiem, che dopo tre semifinali consecutive e la finale persa l’anno scorso, vorrebbe alzare il trofeo. Ha vinto a Indian Wells e a Barcellona, ha un gioco solido ed è pronto per il grande salto.

Fra i next gen è obbligatorio menzionare Zverev, quello che ha ottenuto più risultati: sulla terra se la cava, ma saprà guarire dal suo mal di slam? Mai oltre i quarti (l’anno scorso a Parigi, spazzato via a Thiem), al momento è discontinuo e insicuro. Shapovalov è a disagio in questo primo scorcio di terra, Alliassime pare acerbo – giustamente! – e Tsitsipas, con la finale appena raggiunta all’Estoril, potrebbe aver ritrovato fiducia dopo una fase silente seguita all’ottimo inizio di anno. I big server soffrono questa superficie e comunque i più forti non attraversano un bel periodo. Un ritorno di fiamma di Stan Wawrinka sarebbe romantico ma sorprendente.

Insomma, dopo anni di tirannia, per una volta regna l’incertezza e tutto può succedere, persino che una sorpresa si infili ai piani alti, o che – perché no? – qualche vecchio sovrano mostri gli artigli. È pur vero che l’ultima semifinale parigina di Roger risale al 2012 e l’unica vittoria al 2009, ma la storia insegna che non bisogna sottovalutarlo, inoltre sognare è gratis.

Madrid e Roma diranno molto in vista di Parigi, ma a scanso di equivoci esplicitiamo agli dei del tennis la nostra preghiera: vittoria al Roland Garros in finale contro Nadal, dopodiché per un bel po’ non vi chiederemo più niente, anche perché saremo rimasti senza voce.


Nicola Balossi 

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